A 93 ANNI HA SCELTO LA LIBERTA'
Non so voi, ma io davanti a certe storie non riesco a voltare pagina. A Treviso, una donna di 93 anni ha fatto una scelta che parla più di mille manifesti...
Questo il titolo del giornale.
E da qui… parte la mia riflessione.
A 93 anni non chiedi più molto alla vita.
Un po’ di silenzio, una finestra che guarda il cortile,
e la grazia di morire tra le tue cose.
Una signora di Treviso, dopo un anno in una casa di riposo,
ha deciso che no, non le bastava essere curata.
Voleva sentirsi a casa.
Non in senso geografico. In senso esistenziale.
Tra le foto sbiadite, le tende che sanno di passato,
e quella tazzina sbeccata che, da sola, vale più di mille comfort moderni.
Quando le hanno chiesto il perché,
ha risposto con una frase che i poeti invidierebbero:
“Voglio morire tra le mie cose, ma anche vivere qui il tempo che ho.”
Non una rivendicazione. Non una sfida.
Solo un atto di tenerezza verso se stessa.
La dignità è una parola di cui abusiamo spesso.
La sventoliamo nelle manifestazioni.
La infilziamo nei dibattiti.
E poi ce la dimentichiamo proprio dove serve:
nelle pieghe fragili della vecchiaia.
In quelle stanze d’ospedale dove si guarisce il corpo
ma a volte si smarrisce l’anima.
Perché c’è un confine sottile tra l’assistere e l’annullare.
Tra il proteggere… e il parcheggiare.
La signora non ha chiesto la luna.
Ha chiesto un cuscino conosciuto,
una lampada con l’interruttore un po’ rotto,
una porta che cigola sempre allo stesso modo.
Ha chiesto di riconoscersi, ogni mattina, anche quando il corpo fa i capricci.
E in fondo è questo che vogliamo tutti.
Non vivere per sempre.
Ma vivere fino all’ultimo.
Chi si prende cura degli altri ha un dono nelle mani.
Può dare sollievo. Ma può anche restituire dignità.
Che non è una medicina.
È una forma di amore.
Forse morire tra le proprie cose è solo un modo per dire:
“Lasciatemi essere me stessa. Anche adesso. Soprattutto adesso.”
E se ci pensate bene,
non è la vecchiaia che fa paura.
È perdere il diritto di essere qualcuno.
E allora, auguri signora.
Che il tempo che le resta sia pieno di tazzine sbeccate,
di giornali piegati male,
e di quelle piccole, enormi, cose sue
che le ricordano ogni giorno
che è ancora viva.
E soprattutto,
che è ancora lei.